Latte, uva e arance non sono solo alimenti ricchi di sostanze nutritive benefiche, ma rappresentano anche materie prime da cui produrre tessuti a basso impatto ambientale. L’industria tessile più intraprendente lo ha capito, ha investito in innovazione e i risultati non si sono fatti attendere.

Stoffe dalle arance…

Dal sottoprodotto della spremitura industriale degli agrumi – come arance, bergamotto e mandarini – si ricava un filato sostenibile di alta qualità, al momento impiegato nel comparto della moda di lusso. L’innovativo processo made in ItaIy, è frutto della collaborazione tra l’azienda Orange Fiber e il laboratorio di Chimica dei Materiali del Politecnico di Milano. Tutto parte dal pastazzo d’agrumi, cioè il residuo umido che resta al termine della produzione industriale del succo di agrumi e che finora era considerato un rifiuto da smaltire.

Dagli agrumi si estrae la cellulosa che viene poi trasformata in filato e lavorato fino a ottenere lo speciale tessuto dall’aspetto simile alla seta; può essere stampato e colorato come i tessuti tradizionali, usato insieme ad altri filati – come il cotone o la seta – o in purezza.

Solo in Italia ogni anno si producono circa 1 milione di tonnellate di pastazzo, che ha elevati costi di smaltimento per le industrie di succhi.
Orange Fiber rappresenta una soluzione perché trasforma un rifiuto in risorsa, dando una mano all’ambiente e al mondo della moda. Quest’ultimo sta vivendo profonde trasformazioni, sia per quanto riguarda i processi produttivi sia per la scelta di materiali, che devono andare sempre più incontro alle crescenti richieste di sostenibilità dei consumatori, attenti alla qualità e alla tutela della salute e dell’ambiente.

Eco-pelle dalla vinaccia

Rimanendo nel comparto ortofrutticolo, dalla vinaccia, rifiuto derivante dalla lavorazione del vino, si può produrre una sorta di bio pelle. La tecnologia si chiama VegeaTextile e parte dalla spremitura dell’uva e dalla separazione degli scarti. Quest’ultimi sono costituiti da un insieme di graspi, bucce e semi che una volta essiccati si conservano per almeno un triennio. La vinaccia, grazie a dei trattamenti brevettati, viene poi trasformata in tessuto con proprietà tecniche avanzate. Il materiale è utilizzato non solo nell’abbigliamento, ma anche per realizzare accessori, arredo e packaging.

E filo di latte per tessuti idratanti

Il latte non rimane a guardare. Dalla caseina, infatti, si possono ottenere delle fibre sostenibili scoperte negli anni Trenta e tornate di moda di recente. Il filato di latte nasce in Italia da un’idea dell’ingegnere bresciano Antonio Ferretti, il primo a ricavare una fibra dalla caseina, a cui diede il nome di Lanital e sostituì in parte la lana nella produzione dei tessuti, vista l’ingente produzione di latte nel Belpaese in quel periodo.

Negli anni ’60, però, le fibre sintetiche decretarono la scomparsa del Lanital ma oggi grazie all’azienda Due di latte si sta rivalutando la scoperta. La fibra di latte è molto leggera (ha un peso inferiore del 10% rispetto alla seta e del 13% rispetto al poliestere) e fa bene alla pelle, considerando che gli amminoacidi del latte, che restano all’interno della fibra, nutrono e idratano l’epidermide.

Il punto di partenza sono i centri di raccolta degli esuberi di produzione: qui viene recuperato il latte da cui è estratta la caseina che sarà trasformata da proteina alimentare a fibra tessile, sfruttando alcune tecniche di bio-ingegneria. Questo processo comporta un cambio di forma delle molecole della caseina: inizialmente sono come piccole sfere, poi si disaggregano e infine si dispongono su una linea. A questo punto vengono essiccate per diventare polvere da cui parte il processo di filatura a umido, cui segue la tessitura sui macchinari, per ottenere prima il tessuto grezzo e poi quello rifinito.

Le nuove frontiere del tessile: nuovi filati dai cibi
5 (100%) 1 vote